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Grazie a Yvan Rettore per la disponibilità all’intervista, il suo libro “Lettera a mia figlia” racconta di un ex membro delle Brigate Rosse che tornando libero dopo 20 anni decide di scrivere le sue verità alla figlia abbandonata poco dopo la nascita, ultimo tentativo di recuperare l’unico affetto che gli è rimasto.


Come è nata l’idea di questo libro e di cosa tratta?

Sono originario di Padova, città che nel corso dei famigerati “anni di piombo” subì circa 500 attentati e che fu all’origine di vari movimenti di natura sovversiva, dal movimento di estrema destra “Ordine Nuovo” di Franco Freda a quello di estrema sinistra “Autonomia Operaia” di Toni Negri. In quella città fu arrestato Giusva Fioravanti del gruppo terroristico neofascista, NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari) e Susanna Ronconi partecipò al primo attentato delle Brigate Rosse in cui ci scappò il morto. Questa introduzione è doverosa per capire l’ambiente in cui si svolge la trama di questo romanzo. Padova infatti, ancora oggi, seppure in un modo minore, è una città fatta di estremi, malata di uno schierantismo assurdo, ovvero o sei di una parte politica o sei dell’altra. Manca una dialettica, le zone grigie non sono accettate e questo negli anni settanta si tradusse in un’esplosione di violenza senza eguali in Italia. Ho avuto occasione di conoscere alcuni attivisti di quell’epoca e ho voluto attraverso questo romanzo descrivere una parte di loro che stata spesso trascurata dai media e dalla letteratura italiani. Mi riferisco alla loro vita privata, ai loro sentimenti e conflitti interiori, ai loro limiti e alla loro generosità “movimentista” che purtroppo in troppi casi rasentò una follia alimentata da gesta derivanti da un fanatismo assurdo quanto distruttivo. Ho voluto quindi rendere noto questo aspetto, sia perché parte integrante della storia della mia città, sia perché componente di un passato comune a tutti gli Italiani e col quale non hanno ancora chiuso del tutto i conti.

Ogni libro è un po’ autobiografico, cosa c’è di te e cosa sicuramente del lettore?

E’ autobiografico nella misura in cui essendo stato per anni un attivista di Sinistra (anche se non sono mai stato comunista) e nel mondo del volontariato, ho sempre nutrito una forte simpatia per la generazione degli anni settanta che almeno tentò (a volte purtroppo degenerando nel terrorismo e in atti di violenza insulsi) di cambiare il mondo in meglio e di lottare per un tipo di società più equa e più giusta. I temi sui quali si impegnarono quei ragazzi con una generosità spesso encomiabile sono all’ordine del giorno ancora oggi: disoccupazione, corruzione, ragione di Stato, oppressione del capitale…E’ autobiografico ovviamente anche nella misura in cui si svolge nella mia città di origine. Del protagonista che racconta le sue vicissitudini alla propria figlia per dirle fino in fondo la verità di come andarono realmente le cose, c’è tutto il resto, ma al di sopra di tutto l’Amore “senza se e senza ma” (riprendendo un bellissimo slogan dei movimenti pacifisti di inizio secolo), di un padre per la propria figlia.

Una lettera è un modo romantico e poco invasivo di recuperare l’affetto?

Indubbiamente scrivere una lettera è un gesto prezioso in un rapporto fatto di sentimenti e forse ancor di più tra genitori e figli, perché le parole scritte sono come i “mattoni” di una casa comune chiamata “Amore”. Una volta espresse in questo modo rimangono il segno indelebile e incancellabile di ciò che si prova per qualcuno. Spesso genitori e figli non riescono a comunicare, perché la differenza generazionale e il nostro modo di vivere sempre più frenetico non aiutano a realizzare rapporti solidi e duraturi. Le parole dette a voce vengono quindi interpretate a volte come una forzatura o perdono di significato, mentre quelle espresse per iscritto rimangono perché sopravvivono all’usura del tempo e sono messaggeri per sempre di un momento ben definito della nostra esistenza. Ecco perché ritengo che scrivere “Ti voglio bene” o ” Ti amo” costituiscano un segno tangibile di dimostrazione di affetto e/o di amore verso un’altra persona. E questo ben più di quanto si possa dire a voce.

Sei un veterano del self-publishing ormai, è più difficile scrivere/pubblicare o promuovere/vendere?

Scrivere per me è un piacere. E’ una gioia. Direi perfino una liberazione, perché attraverso la scrittura riesco a parlare al mondo e magari attraverso questa piccola goccia nell’Oceano, riesco a dare un modesto contributo per migliorarlo. Comunque vada, lascio qualcosa di me in questa vita e questo mi gratifica molto. Pubblicare nell’era di internet risulta molto più facile rispetto al passato. Personalmente, ho scelto la via dell’autopubblicazione perché al giorno d’oggi se non sei una celebrità, rischi di spendere un sacco di tempo e soldi con editori privi di scrupoli per poi ottenere risultati spesso peggiori di quanto ti saresti potuto immaginare. Infatti, sono proprio la promozione e la vendita gli aspetti più difficili da affrontare per uno scrittore. Nel primo caso, perché devi essere molto prudente nell’usare il tuo tempo in modo efficace, valutando bene come investirvi il tuo denaro. Nel secondo caso, è chiaro che la crisi che viviamo rende sicuramente più ardua la vendita nel settore editoriale, in quanto considerato un settore non primario nell’esistenza di una persona. Qualcosa di positivo può venire dalla diffusione delle proprie opere nel formato e-book, ma se da un lato questa modalità di pubblicazione può favorire una vendita maggiore e più veloce, dall’altro riduce in modo significativo le potenziali entrate per uno scrittore.

Ci si affeziona al proprio libro?

Sicuramente sì. Anche se ho scritto altri tre libri (e sto attualmente finendo di scriverne un altro), rimango particolarmente legato a “Lettera a mia figlia”, perché è stato in assoluto il primo. Ci ho messo tempo, l’ho “tirato su” con cura perché per me era importante riuscirci. Era un sogno che si stava realizzando e devo ringraziare tantissimo la mia compagna, Anna, di avermi spronato e incoraggiato, credendo sempre in me e permettendomi dopo gli “anta” di realizzarmi finalmente anche in questa bellissima attività che è la scrittura. Anche per questo motivo, questo romanzo rimane sempre e comunque nel mio cuore più di ogni altro. E non è un caso che abbia scelto di chiamare la “figlia” col nome di Anna. Un segno di riconoscenza verso la donna della mia vita.

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