Grazie a Marco Nuzzo per aver risposto alle nostre domande, di seguito l’intervista.

Perché scrivere un libro?

Le motivazioni per le quali si scrive sono molteplici. Emil Cioran, in un’intervista a Savater disse: «Lo scrivere, per poco che valga, mi ha aiutato a passare da un anno all’altro, perché le ossessioni espresse si attenuano e in parte vengono superate. Sono certo che se non fossi stato un imbrattacarte mi sarei ucciso da un pezzo. Scrivere è un enorme sollievo. E pubblicare anche. […] Io credo che un libro debba essere davvero una ferita, che debba cambiare in qualche modo la vita del lettore. Il mio intento, quando scrivo un libro, è di svegliare qualcuno, di fustigarlo. Poiché i libri che ho scritto sono nati dai miei malesseri, per non dire dalle mie sofferenze, è proprio questo che devono trasmettere in qualche maniera al lettore. No, non mi piacciono i libri che si leggono come si legge un giornale: un libro deve sconvolgere tutto, rimettere tutto in discussione».Si scrive per tracciare una linea nel discorso, per evidenziare i risultati di una ricerca, per esprimere un’opinione, per raccontare, ecc. Al di là delle motivazioni variabili, ritengo doveroso scrivere quando sussista una reale necessità di farlo. Una scrittura che si sposta sull’autore rischia di perdersi nella propria vacuità.

Quali sono le difficoltà della pubblicazione?

Anzitutto, è necessario domandarsi cosa si voglia ottenere dalla pubblicazione, scegliendo il pubblico al quale un testo dovrà rivolgersi. Una volta ponderato ciò, la difficoltà sarà trovare un editore disposto a pubblicare quel determinato genere (a meno di non orientarsi verso il self-publishing); l’editore dovrà accettare la pubblicazione, stilare un contratto, curare l’editing e la correzione bozze, valutare la copertina, pubblicare, distribuire e pubblicizzare al meglio l’opera sui canali d’interesse. Nel caso del self-publishing, sarà l’autore a doversi interessare della messa in opera suddetta, per cui, sarà necessario egli abbia quel minimo di conoscenza del mondo editoriale da permettersi di poter lavorare da solo, diventando editore di se stesso.

Trovi che l’editoria sia alla ricerca di contenuti di qualità o commerciali?

L’editoria deve, come tutti, portare il pane a casa. Questo vuol dire che si pubblica a discapito della qualità, a beneficio di una cultura, se proprio di cultura vogliamo parlare, di massa, votata ad accettare per buona l’aquiescenza degli editori che vendono il prodotto libro, ché di prodotto si tratta, distribuito con la fascetta più attraente dell’ultimo Premio Strega o delle centomila copie, sempre per i lettori della domenica. Gli unici prodotti di qualità che vengono pubblicati sono i classici ma, in tutta onestà, non esiste una ricerca approfondita, da parte delle major, di autori qualitativamente degni di esser pubblicati. Schopenhauer ci racconta che il merito, quello vero, tarda ad arrivare, nella vita di uno scrittore, se non dopo la sua morte e ciò a causa delle invidie dei contemporanei che tentano sempre di subissarne quei meriti. Probabilmente esiste un numero pantagruelico di scrittori eccelsi tra le fila delle major, così come esistono tra le piccole e medie realtà, tutti però soffocati dall’incultura di massa, dal bisogno di leggere l’ultima fatica (ammesso sia farina del suo sacco) del proprio cantante/VIP preferito/calciatore/velina. In un mondo dove predomina l’oggetto o il soggetto, piuttosto che la conoscenza, l’editoria deve sopravvivere, anche svendendosi.

Come si vende un libro, vendendo il contenuto o il personaggio-autore?

La realtà è quella che ho raccontato sopra. Mi piace il riferimento a Barthes e a Focault quando attribuiscono il ruolo dell’autore nel testo. Barthes parla di “morte dell’autore”, proprio in riferimento del fatto che l’autore ha una mansione quasi di totale estraneità in riferimento al testo, poiché egli è una chiusura che rischia di far pendere la bilancia verso l’autore del testo, piuttosto che sul discorso o sul senso dato dal lettore. Ciò che Focault definisce “transdiscorsività”, è un fenomeno del discorso e quindi del “dire”, è l’opportunità di rimandare continuamente il senso del discorso, che varia nel tempo e nel luogo. L’autore diventa un mezzo e, per una società, diventa importante l’appropriazione del senso del discorso, piuttosto che l’esaltazione dell’autore.

È più difficile scrivere/pubblicare o promuovere/vendere?

È più difficile scrivere bene e farsi leggere. Pubblicare diventa semplice qualora lo si faccia con un Eap. Promozione e vendita sono concetti marginali che verranno in un secondo tempo, se dovranno farlo. Se però, chi è capace di pubblicare un buon libro è anche capace di promuoverlo al meglio, avrà ottenuto di far girare l’infinita possibilità del discorso.

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