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La tua nave è in mezzo ad una tempesta violenta che ha squarciato la vela maestra e il motore è in avaria. Di certo non ti salverai se tieni fermo il timone con entrambe le mani, ma forse potrai contenere i danni se butti in mare il non necessario e tieni i nervi saldi.
La rivoluzione di Internet imperversa come una tempesta e molte navi, abituate solo alle calme acque di golfi sicuri, non sono pronte a impugnare i nuovi strumenti.
Internet ha fatto nascere nuovi prodotti che in poco tempo hanno sostituito completamente altri.Ha permesso di fruire contenuti tramite diversi canali distributivi, lasciando all’utente la libertà di scegliere come e con chi condividere.
Nell’era dell’ipercomunicazione compaiono ogni giorno nuovi devices e nuovi strumenti che portano a cambiamenti nei paradigmi consolidati. Alle aziende si richiede di pensare, creare e utilizzare strumenti sempre nuovi, finalizzati all’acquisizione e alla preservazione del vantaggio competitivo. Strumenti certamente molto differenti rispetto alle routine meccaniche e alla curva dell’efficienza legate alle teorie classiche del management.
L’industria del libro, più di altri settori, si è arroccata su una posizione di retroguardia che non può che nuocere a se stessa. Nel nostro Paese, infatti, non c’è ancora un reale e importante interessamento da parte dell’industria editoriale verso queste possibilità di business offerte dalle nuove tecnologie. Perché? Penso che il reale problema sia l’ignoranza tecnologica, ovvero l’incapacità della classe dirigente di comprendere appieno le logiche del nuovo Web e soprattutto la sostanziale pigrizia nell’adottare strumenti differenti. L’unico modo per non venire sommersi da queste logiche è: sperimentare in prima persona per prevedere quello che vorrà il mercato domani.
Sono abbastanza certo che gli eReader rivoluzioneranno il sistema editoriale così come iTunes ha fatto con l’industria musicale e cambieranno il modo di leggere i contenuti spingendo gli editori a costruire nuovi modelli di business.
Il panorama delle case discografiche è un esempio calzante per spiegare quello che sta succedendo all’editoria. L’industria discografica non è andata in crisi a causa degli utenti di Internet che scaricavano gratuitamente la musica in formato digitale. Semmai è andata in crisi l’industria tradizionale, quella legata alla vendita dei CD nei negozi.
Prima, guadagnavano le major grazie ad una rosa di cantanti famosi che vendeva milioni di copie.
Ora, gli introiti delle major non sono più a sei zeri perché il mercato si è diluito in tante piccole realtà, alla costante ricerca di “territori vergini”.  Inoltre, per molti gruppi la Rete ha costituito uno strumento insostituibile per avviare una comunicazione e per essere “visibili” agli altri.
Nel nuovo futuro ogni produttore di contenuti avrà la possibilità di ritagliarsi un pezzo di mercato, una particolare nicchia, sulla quale investire e a cui rivolgersi. Grazie alle nuove tecnologie, gruppi musicali emergenti possono realizzare album di grande qualità. Basta pensare alle migliaia di band emergenti che con poche risorse economiche realizzano registrazioni semi-professionali grazie a software (come Pro Tools o Garage Band) che permettono di incidere senza doversi affidare a uno studio di registrazione esterno.
Questi sono solo alcuni degli effetti della logica della “coda lunga”, teoria ben nota al marketing digitale.
E nonostante le ricerche di settore dimostrino che la quota di mercato della pirateria musicale, dopo l’avvento della tecnologia digitale, sia rimasta pressoché invariata rispetto agli anni ’70 e che dal 2003, da quando è nato iTunes, sono stati venduti oltre nove miliardi di canzoni a pagamento, le grandi case discografiche continuano a osteggiare la distribuzione in Rete senza comprendere che questa è l’unica soluzione da adottare per il futuro del mercato.
Se si prescinde dalle grida di crucifige dei media tradizionali, il mercato discografico così come quello dell’editoria non sono affatto al collasso, ma stanno semplicemente subendo una virata decisiva.
La maggior parte degli esperti riguardo all’andamento economico del settore editoriale ritiene che tra meno di dieci anni gli introiti provenienti dalla vendita dei prodotti digitali oltrepasseranno quelli dei prodotti cartacei, segnando un punto di non ritorno per l’industria del libro. Mi auguro che questa previsione abbia contemplato anche l’editoria italiana che continua a sentirsi minacciata da paure infondate e ostacola il cambiamento.
La tecnologia del futuro per gli eBook va sicuramente nella direzione che hanno intrapreso iPad, Kindle e altri dispositivi hardware con schermi ad altissima definizione. La diffusione di questi devices aiuterà a “allargare” la cultura digitale, a farli arrivare nelle mani degli italiani, offrendo un’esperienza completamente nuova, più interattiva e più intima. iPad, per esempio, permette di leggere e spedire e-mail, importare foto, ascoltare musica, guardare film (anche in HD) oltre che, naturalmente, sfogliare le pagine di un eBook scaricato dalla Rete.
Il libro elettronico non è semplicemente l’equivalente PDF del libro a stampa, ma un contenuto multipiattaforma, costituito da ipertesti e produzioni multimediali.
Se affrontiamo la questione dal punto di vista dei lettori, gli eReader sono più funzionali e più comodi, perché incorporano i vantaggi della carta con i privilegi dei contenuti digitali.
La tecnologia che sta dietro a questi schermi si chiama E-Ink, cioè inchiostro elettronico. Wikipedia lo definisce come “una tecnologia di display progettata per imitare l’aspetto dell’inchiostro su un normale foglio. A differenza di un normale display, che usa una luce posteriore al display per illuminare i pixel, l’E-Ink riflette la luce come un foglio di carta. Questa tecnologia è stata inventata nel 1996 da Joe Jacobson, fondatore di E-Ink.”
Il vantaggio principale degli eReader realizzati con E-Ink è l’alta leggibilità: si legge ottimamente da ogni angolazione e la vista non si affatica. In più l’eBook non muore dimenticato in uno scaffale della libreria: può essere aggiornato e collegato ad altre informazioni/risorse, può essere ripreso, conservato, ripescato ogni volta che l’utente lo vorrà.
Gli e-book, perciò, non sono semplicemente l’evoluzione della carta, ma rappresentano un nuovo modo di lettura, quella tipica del Web, una lettura anarchica, che lascia l’utente libero di saltare da un link all’altro e di interrompere la lettura per dedicarsi a un approfondimento, per poi riprendere da dove aveva lasciato.
In questo senso, l’ eBook rivoluziona il modo di lettura lineare: diventa ipertesto perché rappresenta una raccolta organizzata di contenuti che permettono al lettore di scegliere il punto di partenza della sua lettura/esplorazione, il percorso che vuole seguire e come arrivare alla conclusione. Diventa multimediale perché al testo scritto si aggiungono altre componenti non testuali, come: immagini statiche e in movimento (foto, disegni, illustrazioni, grafici statici o animati, video, animazioni, ricostruzioni 3D), componenti sonore (brani testuali recitati in audio, effetti sonori d’ambiente e musiche).
Recentemente, Lawrence Lessig, fondatore di Creative Commons, è intervenuto al Parlamento italiano per una lectio magistralis sulla libertà di Internet. Egli sostiene che la grande spaccatura che stiamo attraversando attualmente non è tanto una scissione tra vecchio e nuovo, quanto tra diverse generazioni. Tra dinosauri e avatar. Secondo il professore, il vero scontro è tra chi il Web lo vede come uno strumento e chi invece lo percepisce come una minaccia. Per queste ragioni, risulta evidente che non è lo strumento a fare la differenza ma come viene utilizzato.
Le grandi potenzialità dell’editoria elettronica sono tangibili e appetibili, prima tra tutte la riduzione dei costi sia per l’editore sia per l’utente. Eppure gli editori continuano a comportarsi come giurassici che vogliono instaurare una comunicazione bidirezionale con utenti che parlano la lingua Na’vi.
La maggior parte delle avversioni degli editori si nascondono sotto la crociata della difesa della proprietà intellettuale. Lawrence Lessig si batte per una nuova legalità che sia compatibile con il valore della produzione collaborativa dei contenuti e con i nuovi modelli di sviluppo aperti ai parametri creativi del Web. Sempre più autori, musicisti, scrittori e artisti scelgono la strada del copyleft, che si propone come completamento al “diritto d’autore”.  In effetti, il copyleft non rifiuta o rimpiazza il copyright, ma lo trasforma per consentire nuove elaborazioni dell’opera affinché quest’ultima circoli il più ampiamente possibile.
In altre parole, è necessario affrontare senza paura il Web e il suo spirito libertario, imparare a comprendere le dinamiche profonde dell’open source e accettare che i lettori non saranno più solo “lettori”, ma sempre di più “attenti” nella produzione contenutistica, influenzatori di trend e consumi, epigoni del cambiamento socio-culturale in atto.
Penso che il futuro dell’industria del libro sarà guidato da coloro che sapranno coniugare contenuti e strumenti di fruizione, nel tentativo di sviluppare modalità più allettanti e seducenti per i consumatori.
Consiglio alle aziende di buttarsi davvero nel magma mediale in continua evoluzione, pena l’esclusione dai giochi e il rischio (serio) di farsi sommergere e diventare semplici fornitori di contenuti per il capitale economico di qualcun’altro.
Come scriveva Primo Levi, in ogni calamità (perché è così che viene vissuto Internet) ci sono i sommersi e, per fortuna, i salvati.

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