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“Ci si chiederà se davvero in questo mondo tutto proceda così a rovescio da dover essere continuamente capovolto.” (Robert Musil, L’uomo senza qualità)

Dall’editore digitale ci si attende sempre qualcosa di tecnologicamente innovativo. Deve sorprendere, trasformare, produrre soluzioni a getto continuo, esercitare ogni forma di sforzo psichico e pensiero laterale per sviare dai canoni, anticipare rivoluzioni, prevedere futuri anteriori. Non bastano competenza sui formati, aggiornamento costante, attenzione ai dettagli, quel che una volta si chiamava un buon artigianato. Per gli editori tradizionali è fin troppo, per lui è solo questo. Intanto questo Paese di facce tristi alza i soliti muri, ricicla arrugginiti meccanismi, trite gerarchie, relazioni più o meno occulte. Tutto corre, ma non scorre. La reazione deve essere un’ulteriore stretta tecnologica? Sviluppare una forma di tossicodipendenza da tecnologia è il destino dell’editore?

Un libro non sarà più un libro, ma un editore resta un editore. Siamo editori, non informatici. Me lo ripeto tutte le mattine davanti allo specchio, mentre codici verdi colano sul vetro. Non è importante come-lo-pubblichiamo, ma ciò-che-pubblichiamo.

Cosa pubblichiamo ora? Qui entriamo nel campo della metafisica, qui oltrepassiamo le anguste porte del tempo per immergerci nella vibrante energia dell’immaginario. Immaginario che non voglio più trattenere, comprimere, strizzare, intubare. Voglio che dilaghi. È la mia missione, la mia natura di editore. Non so a voi, ma a me questo immaginario va stretto, mi agita, mi irrita. Sembra di ascoltare un’unica voce ripetitiva. Non lo nascondo, è più forte di me: odio i premi letterari, gli aperitivi con l’autore, le smorfie malsane degli sconfitti generazionali, l’anoressia esistenziale delle scrittrici maledette, le vite disperate ma redente, le prediche onanistiche, le cerimonie di consacrazione dei nuovi geni, i custodi del Bene, i martiri, gli eruditi raffinati, gli eloquenti parrucconi, gli esordi sorprendenti, gli scrittori noir, i bravi divulgatori. Voglio pubblicare cose che non debbano corrispondere a niente a cui dovrebbero corrispondere, somigliare a niente a cui vorrebbero somigliare. Voglio ascoltare il racconto della costante lotta con le programmazioni genetiche, le pulsioni inconsce, gli istinti e la violenza della specie, le pressioni sociali, gli abissi e le eternità cosmiche. Sono a caccia di immagini.

Parlo di ciò che una volta si chiamava sperimentare e che apparteneva agli artisti, agli scrittori. L’industria culturale li ha annientati. Il cosmo digitale rimette il gioco in mano all’editore. Noi siamo l’avanguardia perché siamo gli unici in grado di fare Rete. L’editore indipendente è snello e agile

Ho una visione disincarnata della Rete, la libertà che trascende la tecnologia stessa nella comunione empatica tra le menti e le anime elettriche. Sogno una nuova cosmogonia, una nuova specie umana.

E sia chiaro: non voglio più ricevere un curriculum che alla voce “Conoscenze informatiche” rechi “Elaborazione testi-word.”

http://area51editore.com/it/component/content/article/60-editoria/431-ma-gli-editori-sognano-pecore-elettriche

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